Il Teatro come spazio di libertà
di Walter Orioli
Il mio primo maestro è stato certamente Krishnamurti. Dai suoi libri ho imparato a capire che non esiste una libertà ma che ognuno di noi ha la propria libertà. Il teatro è uno spazio strano (come l’ashram di Sai Baba), non quotidiano, è il varcare la soglia della ritualità. Ho iniziato ad occuparmi di teatro nel ’68, un periodo in cui a Milano tutti si sentivano un po’ guerriglieri, in grado di stare in metrò con la pistola in giacca e di avere il potere di cambiare la vita degli altri. Io facevo l’elettricista in uno scantinato vicino a piazza Duomo e da lì sentivo le manifestazioni studentesche alle quali partecipavo durante le pause di lavoro. Era un vivere il ’68 senza viverlo, infatti non mi sento affatto protagonista di quei tempi. Malgrado ciò mio padre era convinto che appartenevo alle brigate rosse; era il suo modo di starmi addosso, di censurarmi.
Dovevo liberarmi di questo rapporto soffocante e decisi di andare via di casa e di vivere con una ragazza.
Così iniziai a fare tutto quello che mi faceva sentire me stesso; negli anni 70 c’erano diverse organizzazioni umanitarie che svolgevano progetti nel terzo mondo. Avevo deciso di viaggiare per aiutare gli altri e così gli stessi preti Salesiani che mi avevano trovato il lavoro di elettricista mi avevano instradato verso l’Africa. In occasione di quel viaggio ho costruito nella mia testa l’immagine del vero maestro; della persona che sa combinare la disciplina con la creatività. Era il mio datore di lavoro, un dirigente d’azienda che era riuscito a convincere mio padre dell’importanza di quel viaggio. Viaggiai così nelle missioni comboniana e in Zaire, ex Congo Belga, nei lebbrosari.
Come tutti coloro che iniziano a viaggiare, fui catturato da questa necessità e al mio ritorno ripartii per l’India, il luogo senza tempo dove impari a vivere il momento, una filosofia di vita che è tutt’ora rimasta nel mio modo di essere.
Iniziai a fare l’attore in un piccolo gruppo (il Teatro dell’Aleph diretto da Giovanni Moleri), recitavo la parte del padre nei fratelli Karamazov. Ricordo la scena in cui il figlio mette la testa del padre in un secchio pieno d’acqua. Altra scena è quella della culla che prendeva fuoco. La tragedia di un bambino che non era mai diventato uomo e di un rapporto d’amore talmente malato che il figlio doveva uccidere il padre.
Non avevo ancora deciso cosa fare della mia vita perché per tutto il tempo avevo un po’ seguito l’onda degli eventi accaduti. Mia moglie aveva un fratello schizofrenico e nessuno sapeva come comportarsi con lui. Si è ucciso in manicomio, impiccandosi ad un albero. Credo che questo evento abbia condizionato molto la mia scelta di studiare psicologia; volevo capire, volevo scoprire il sistema per relazionarsi con gli altri. A Padova si studiava psicologia cognitiva, a me non piaceva, preferivo la psicologia critica, così dopo la laurea ho continuato a cercare un’altra visione della psicologia.
Erano i tempi in cui Franco Basaglia a Trieste rivolgeva la sua attenzione ai manicomi. Proprio a Trieste ho lavorato in un laboratorio di teatro finalizzato alla messa in scena di uno spettacolo con i degenti del reparto psichiatrico.
Con il gruppo teatrale la mia collaborazione finì presto. Il regista aveva deciso di costruire un gruppo chiuso e chiedeva a ciascuno di noi di dedicarci totalmente al teatro. Non mi andava di entrare in una specie di monastero; in un certo senso non ero neanche convinto che fosse la mia strada. L’esperienza come attore era conclusa e con molto rammarico lasciai il gruppo. Per un po’ di tempo mi sono sentito un attore fallito. Avevo la sensazione di non avere il controllo del mio corpo; facevo azioni molto forti da un punto di vista energetico ma senza una direzione.
Iniziai a dirigere corsi di teatro. Era un modo per verificare tutto quello che avevo imparato e per restare in una situazione di gruppo. Così fondai diverse compagnie, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi come il Teatro delle Baracca di Monza e il Teatro della Spontaneità. I miei modelli erano Barba, Grotowski e il Living.
I principi fondamentali del mio lavoro così come li ho trasformato dai miei maestri, sono essenzialmente tre:
-creare uno spazio di libertà extraquotidiano;
-il “qui e ora”;
-la libertà espressiva.
La pratica di questi principi conduce alla creazione di forme espressive, cioè alla disciplina.
Con la teatroterapia riesco a fare tutto questo. Quando fai teatroterapia sei consapevole di un tuo processo di cambiamento per questo motivo i temi dei miei spettacoli rappresentano in qualche modo i momenti di crisi delle relazioni sociali. Il mio primo spettacolo “Dentro la vita (non so dove)”, parla di una “non sfera” della poesia, amori difficili tra ragazzi ventenni. “Edipo e la bianca luna” tratta il difficile rapporto tra genitori e figli; “Amleto a luci spente” parla della follia e prevede una partecipazione del pubblico attraverso un gioco sulla percezione. Infine “Corde”, spettacolo sulla omosessualità e sulla conflittualità familiare.
Tuttavia credo che sia una grande illusione pensare che il teatro innesca grandi cambiamenti sociali. Certo è qualcosa che a noi piace; ci sentiamo guerriglieri, rivoluzionari che cambiano il mondo ma è pericoloso e direi anche inutile pensare che può essere funzionale a qualcosa. Il teatro ha una funzione significativa solo “dopo” che l’hai compiuta.