TEATRO TRA VOCAZIONE E RIFIUTO
di Claudio La Camera
Chi fa teatro per vocazione appartiene spesso ad una realtà anonima. La vocazione è una condizione soggettiva, è base della tenacia e della capacità di lottare e di resistere per portare avanti le proprie idee. Chi fa teatro per vocazione spesso si è ritrovato quasi inconsapevolmente a occuparsi di teatro, come esito di percorsi imprevedibili che partono dalla necessità di trovare un modo per comunicare con gli altri. Questo teatro anonimo, marginale, decentrato è fatto di tante individualità variegate che esercitano un’enorme forza di attrazione dello spettatore, spostando lo sguardo pigro del teatro istituzionale e mostrando il volto complesso del teatro-universo, di tutto ciò che oggi viene definito “teatro”.
Molti di coloro che popolano il teatro-universo per ruolo e per formazione non sono assimilabili a nessuna delle esperienze metodologicamente riconoscibili dall’istituzione teatrale. Una certa verità politica-accademica non li considera “vero teatro”. La loro forma caotica di essere ed agire sfugge ad ogni logica di potere, pronta ad accettarla per asservirla ma nello stesso tempo diviene essa stessa evanescente, priva di impianto normativo e di verifica. Tutto ciò che quotidianamente la nostra società giudica inutile o privo di senso diviene un rifiuto, cioè qualcosa di prezioso che non ci appartiene più. Il rifiuto è lo specchio della nostra cecità, dell’incapacità e dell’insensibilità di vedere, di capire, di cogliere le differenze.
Questa logica del rifiuto, che per chi la applica serve almeno temporaneamente a rafforzare la propria fragile identità, è la dinamica che alimenta la vocazione dandole nuove energie. Per questo il teatro anonimo è spesso un teatro militante, in cui la lotta per la sopravvivenza è essenzialmente legata alla lotta per il valore del proprio lavoro e per i Valori, in cui si crede e per cui si vive.
Non serve fare convegni o dibattiti per guardare a questo teatro. Serve alimentarlo costruendo contatti tra la gente che vi appartiene, tra gruppi anonimi, operanti in realtà sconosciute e strane, tra donne e uomini soli che nell’itinerario conoscitivo dell’incontro trovano nuovi territori per sopravvivere. Il teatro del rifiuto che s’insidia nelle più svariate forme di aggregazione, rappresenta quotidianamente scene indimenticabili di un mondo multiforme e variopinto, in cui la cosiddetta società civile e progredita celebra la propria mostruosità.
Guardare al teatro-universo significa riconoscere la propria mostruosità e lasciarla vivere come parte ineliminabile di sé. Significa che il seme prezioso della conoscenza spesso si trova lontano dai campi diligentemente coltivati. È un seme con le ali che fiorisce lontano dalla sua terra.
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